Spoleto

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spoletoComune di Spoleto
Altitudine: 396 m s.l.m.
Superficie: 349,63 km²

L’olio di oliva. L’olivicoltura disegna il paesaggio
L’olio di oliva rappresenta uno dei principali prodotti agro-alimentari dell’Umbria e particolarmente incisiva nel paesaggio agrario umbro è la coltivazione degli ulivi. Tale coltivazione diventa specifica in aree collinari e nelle zone pedemontane, dove i terreni calcarei, ad elevata permeabilità, lasciano penetrare agevolmente le radici dell’ulivo e non creano ristagni. Il panorama nel complesso è insolito, una coltura specificamente mediterranea nell’unica regione peninsulare che non ha accessi al mare; tale stranezza non è passata inosservata ai viaggiatori del Gran Tour sette-ottocentesco che descrivono il paesaggio umbro. Nelle descrizioni, o meglio nelle rappresentazioni pittoriche, vengono messe in evidenza le sistemazioni degli uliveti disposti a terrazze, lunette e ciglioni costruiti con muratura a secco.
Il grande credito di cui gode la dieta mediterranea ha favorito il successo dell’olio umbro anche grazie alla capacità dei numerosi imprenditori oleari locali che sapientemente hanno recuperato il patrimonio olivicolo locale, mantenendo specie e tecniche di coltivazione tradizionali.

L’Umbria è collocata nella cosiddetta sottozona fredda, dove le condizioni climatiche comportano rischi di gelate per gran parte delle varietà di ulivi. Per questo motivo poche sono le specie coltivate in Umbria. In particolare il leccino, il moraiolo e il frantoio si sono ben acclimatati e grazie ad una lenta maturazione del frutto, si ottiene un olio dal tasso di acidità estremamente contenuto, che ne fa la particolarità salutistica del prodotto.

Documentazione Alto-Medievale attesta una pratica dell’ulivicultura già abbastanza affermata. Ricchi di riferimenti agli ulivi sono gli archivi notarili, dove non mancano, a sottolineare il valore di tale coltivazione, anche atti relativi a dotalizi composti da “chiuse” di uliveti.

Poche sono le testimonianze di antichi mulini ad acqua. Particolarmente interessante è il mulino di Puntuglia nel comune di Scheggino: in un’ambientazione suggestiva e pressoché intatta spicca la grande macchina per la molitura con la ruota verticale di pietra e i torchi per la premitura, alcuni dei quali, quelli idraulici, rappresentano una grande innovazione nell’ambito delle procedure tradizionali.

IL LUOGO DELL’ECOMUSEO

Spoleto è una antica città posta all’estremità meridionale dell’Umbria, ai margini di una vasta pianura alluvionale derivata dalla presenza di un vasto lago, prosciugato definitivamente nel Medioevo, con grandi opere di bonifica. La città si è sviluppata sul colle Sant’Elia, un promontorio collinare alle falde del Monteluco, e più in basso fino alle rive del torrente Tessino.
Fu abitata fin dalla preistoria dagli Umbri, che costruirono le mura poligonali del V-IV secolo a.C., dette “mura ciclopiche” e divenne colonia romana nel 241 a.C. Respinse l’esercito di Annibale nel 217 a.C., fu la capitale dell’omonimo ducato longobardo in epoca medievale e patria di due imperatori del Sacro Romano Impero: Guido II e Lamberto da Spoleto. Nel 1155 fu distrutta da Federico Barbarossa e nel 1198 entrò a far parte dello Stato Pontificio, mantenendo l’autonomia come libero comune, malgrado il cardinal Egidio Albornoz avesse costruito nel 1359 la Rocca, come residenza dei governatori pontifici.
Durante l’occupazione francese Spoleto fu capoluogo prima del Dipartimento del Clitunno e poi di quello del Trasimeno; con la restaurazione fu a capo di Delegazione, ma con l’Unità d’Italia perse definitivamente il ruolo di “ Caput Umbriae”.
Scopo dell’antenna è la valorizzazione delle tecniche di conduzione dell’uliveto mantenendo e recuperando, ove possibile, le sistemazioni tradizionali, nel rispetto del paesaggio agrario fortemente connotato nello spoletino dalla presenza di questa pianta.
In questo senso gran parte dell’area pedemontana del territorio comunale è interessata già da numerosi percorsi pedonali e secondari che
prendono la denominazione di “Sentieri degli ulivi”.
L’attenzione ecomuseale è rivolta, nell’ottica di una maggiore consapevolezza alimentare, anche al prodotto finale cioè l’olio. Efficaci in questo senso sono i banchi d’assaggio previsti all’interno dell’Istituto Sperimentale Olivicultura di Spoleto.

UNA ECCELLENZA LOCALE
LA TORRE DELL’OLIO

a Torre dell’Olio è uno dei monumenti più caratteristici di Spoleto tanto che si potrebbe definire addirittura come il simbolo della città.
La sua costruzione risale al XIII secolo, ma il nome ed il luogo riportano ad un evento mitico di forza ed astuzia degli spoletini in occasione della II Guerra Punica. Pare infatti che Annibale, avendo sferrato un attacco a Spoleto, subito dopo la vittoria della battaglia del Trasimeno, giunto sotto le mura, fosse stato ricacciato dall’olio bollente che gli spoletini versarono dall’alto della torre.
L’arma usata dagli spoletini, sta ad indicare, al di là del mito, che già a quel tempo si disponeva di grandi quantità di olio. L’evento ha dato, sempre in un’ottica mitica, anche il nome alla porta romana posta nelle immediate vicinanze della torre che da allora viene chiamata Porta Fuga, in quanto fu quella che vide i Cartaginesi fuggire dalle mura della città e dal pericolo di ustione.
Il grande sipario del teatro Nuovo di Spoleto rappresenta la disfatta di Annibale sotto le mura di Spoleto e fu dipinto da Francesco Coghetti di Bergamo alla fine del secolo XIX.
La città di Spoleto, prima della distruzione operata dalle truppe di Federico Barbarossa nel 1155 era chiamata la città delle cento torri.
Tale ricchezza di strutture difensive si spiega con l’arrivo in città di numerose famiglie feudali provenienti dal territorio circostante, che dopo aver ceduto i propri domini al comune di Spoleto, acquisivano il diritto ad insediarsi in città: la torre rappresentava, quindi, il simbolo della potenza delle varie famiglie.

UNA ECCELLENZA TEMATICA
L’ULIVETO DELL’EREMITA

Lungo la strada della Valnerina si incontrano i resti dell’antica abbazia benedettina di santa Maria de Ugonis, costruita nel secolo XI, intorno ad alcune celle eremitiche, abitate sin dal secolo V da eremiti siriani, e rimasta attiva fin al 1653 con monaci dell’ordine di Vallombrosa.
Negli spazi agricoli adiacenti gli ambienti monastici vegetano degli ulivi secolari, ancora produttivi, nonostante si trovino già nella parte alta della valle del Nera e quindi al limite della zona climatica utile per tale coltivazione. Le specie presenti nell’uliveto dell’Eremita sono quelle più diffuse in Umbria e cioè il leccino, il moraiolo ed il frantoio.
Santa Maria de Ugonis viene anche detta santa Maria dell’Eremita a ricordo dell’insediamento originario. Oggi è diventata la cappella dell’unito cimitero, le cui tombe hanno invaso perfino la navata, mentre all’interno del presbiterio e della cripta si conservano i resti di una decorazione pittorica, più volte saccheggiata, che va dal secolo XIV al secolo XVII. Tra gli affreschi si nota anche quello con il miracolo dell’aquila che riportò un neonato rapito nella culla non appena la mamma invocò l’aiuto della Madonna per riavere la sua creatura. Il luogo nel medioevo era conosciuto in tutta l’Europa in quanto i questuanti cerretani o “ciarlatani” decantavano la santa vita di quei monaci e raccoglievano offerte per far celebrare messe di suffragio nella loro chiesa.
La venerata statua romanica della Madonna ritrovata dopo 25 anni dalla sua trafugazione, è oggi conservata nel vicino centro abitato di Piedipaterno, dove gode di grande venerazione,soprattutto il giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo di ogni anno.
Il santuario era un tempo meta di pellegrinaggio e nella memoria locale si conserva ancora una preghiera che veniva declamata dai fedeli:
“Madonna della Romita, della Romita siete
Vostro Figlio in braccio lo tenete
con tanta carità e con tanto amore
levateci dal cuor ogni pena e ogni dolore.
Madonna della Romita incoronata
in cielo e in terra sei nostra avvocata
abbiate cura di me e della mia gente
Madre del Salvatore giusta e clemente.
Dolce Figlio! Dolce Latte! Dolce Petto!
Fatemi ‘sta grazia che l’aspetto!
Madonna me ne vo’
se c’arvengo no lo so
se ce ve’ l’anima mia
fateje ‘na bona compagnia
Se ce ve’ l’anima e corpo
dateje un bon conforto.
Addio Madonna!
Noi famo partenza
la Vostra presenza
dobbiamo lasciar!”
L’ultima parte si recitava uscendo dalla chiesa
camminando all’indietro.